
Ho scelto la mostra per Degas e ne sono uscita con Zandomeneghi negli occhi e nel cuore
A distanza di quasi un mese dalla visita, mi sono accorta che la mostra
Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi a Palazzo Roverella di Rovigo continua a tornarmi in mente con una frequenza insolita.
Quando una mostra continua ad accompagnarti

Porto ancora con me alcuni volti, certi colori e quella sensazione rarefatta che solo alcune mostre riescono a lasciare. Sono quelle esperienze che non terminano all’uscita del museo, ma riaffiorano nei giorni successivi, quasi in silenzio.
L’Impressionismo è un territorio a cui torno sempre volentieri, e proprio per questo lo affronto con cautela: chi ama profondamente un mondo artistico rischia di cercare conferme anziché scoperte, ma la mostra a Palazzo Roverella ha fatto l’opposto.
Negli ultimi anni mi capita sempre più spesso di trovare le esperienze artistiche che ricordo più a lungo lontano dai circuiti più celebrati: realtà che, pur vicine a grandi città d’arte, riescono a costruire progetti rigorosi, sorprendenti e profondamente coinvolgenti. Anche questa mostra conferma quella fiducia.
L’allestimento conduce il visitatore con chiarezza e coerenza, mantenendo la promessa del titolo: raccontare il dialogo tra due città e tra due personalità artistiche.
Degas è una presenza costante lungo tutto il percorso espositivo, non soltanto come maestro riconosciuto, ma come interlocutore privilegiato di Zandomeneghi, con cui condivide interessi, sperimentazioni e una visione della pittura molto più complessa di quanto l’etichetta impressionista possa suggerire.
Eppure è proprio la sorprendente autonomia di Federico Zandomeneghi a colpirmi.
Nelle sale il confronto con Degas è palpabile, ma il pittore veneziano non ne risulta schiacciato: conserva una voce propria, in cui convivono l’esperienza parigina e le radici italiane, l’apertura alle novità impressioniste e una sensibilità intima che emerge nei soggetti, negli sguardi e nelle atmosfere.
Più procedevo tra le sale, più diventava evidente che il rapporto tra i due artisti non poteva essere letto soltanto nei termini dell’influenza. C’era qualcosa di più complesso e affascinante che il percorso espositivo sembrava suggerire.
Oltre l’etichetta dell’Impressionismo

Per comprendere la ricerca di Zandomeneghi e il rapporto che lo lega a Degas, bisogna forse risalire a prima dell’Impressionismo. Entrambi affondano le proprie radici nel Realismo di Courbet: guardano alla vita contemporanea, alla figura umana e alla verità delle scene quotidiane. Non è un caso che entrambi mostrino una certa diffidenza verso l’etichetta di “impressionista”, troppo stretta per contenere la complessità delle loro ricerche.
Pur partecipando alle esposizioni impressioniste e condividendone molte istanze innovative, i due artisti si interessano a elementi che vanno oltre la pittura en plein air e la sola questione luministica. Sono affascinati dalla costruzione dell’immagine, dal taglio compositivo, dall’influenza della fotografia con i suoi punti di vista inattesi e dalla sintesi della forma, quella progressiva semplificazione che apre nuove direzioni alla ricerca artistica.
Per questo la mostra non si limita a documentare l’influenza di Degas su Zandomeneghi bensì racconta qualcosa di più sottile: il dialogo tra due voci forti che si influenzano senza annullarsi, anzi esaltandosi reciprocamente grazie a una personalità artistica riconoscibile in ciascuno.
E qui nasce una domanda ancora più stimolante: l’italianità di Zandomeneghi è un limite all’esperienza impressionista francese o la sua cifra stilistica più preziosa?
Le sale della mostra sembrano suggerire una risposta piuttosto chiara: è proprio quel doppio sguardo, parigino e italiano, a rendere l’opera di Zandomeneghi così personale e riconoscibile. È una domanda che la mostra semina fin dalle prime sale e che continua ad accompagnare il visitatore lungo tutto il percorso, fino a trasformarsi lentamente in una risposta.
Due artisti, due registri, un’unica ricerca

Se la mostra pone una domanda sull’identità artistica di Zandomeneghi, le prime sale iniziano a costruirne la risposta in modo sorprendente.
Prima ancora di raccontare l’incontro tra i due artisti, il percorso espositivo sceglie infatti di seguirne le traiettorie separatamente, quasi come se scorressero su due binari paralleli. Non risultano incontri diretti tra i protagonisti della mostra negli anni della loro formazione, eppure le loro vicende sembrano attraversate da una serie di affinità che colpiscono fin da subito.
Entrambi guardano con attenzione alla realtà contemporanea, entrambi mostrano un forte interesse per il ritratto e per la figura umana, entrambi cercano nell’osservazione del quotidiano una verità che va oltre la semplice descrizione.
Persino le loro biografie sembrano talvolta sfiorarsi: separati da pochi anni di età, rimasti entrambi scapoli per tutta la vita, moriranno nello stesso anno, il 1917.
Nelle prime sale della mostra questa vicinanza emerge attraverso una sorta di doppio registro narrativo che ho trovato particolarmente efficace. Da una parte Degas, dall’altra Zandomeneghi. Due percorsi autonomi che avanzano affiancati, mettendo in evidenza analogie, interessi comuni e sensibilità condivise senza forzare confronti prematuri.
Firenze come primo punto di contatto

Firenze diventa uno dei punti di contatto più significativi.
Per Zandomeneghi rappresenta il luogo in cui approdare dopo aver lasciato Venezia e dopo l’esperienza della Seconda Guerra d’Indipendenza.
Per Degas, invece, l’Italia costituisce una presenza importante e familiare: il legame con Napoli e con la storia della propria famiglia lo porta a frequentare a lungo il nostro Paese, dove rimarrà per circa tre anni.
In modi diversi, entrambi entrano in contatto con quel clima culturale vivace che ruota attorno al Caffè Michelangiolo e agli artisti destinati a formare il nucleo della futura esperienza Macchiaiola. Ma ciò che sembra accomunarli maggiormente non è tanto l’adesione a una corrente artistica quanto la ricerca costante di modelli e riferimenti nella grande tradizione italiana, dall’arte antica al Rinascimento.
È proprio osservando queste prime opere che diventa evidente quanto il loro interesse non sia rivolto esclusivamente alle questioni tecniche che spesso associamo all’Impressionismo: ciò che li attrae è soprattutto la costruzione dell’immagine, il rapporto tra le figure, la capacità della pittura di raccontare una realtà umana e psicologica.

1858
Pastello, gouache e matita su carta e cartoncino
Copenhagen, Ordrupgaard
In questo senso, il magnifico studio preparatorio per La Famiglia Bellelli di Degas appare quasi come una dichiarazione d’intenti. Non colpisce soltanto per la qualità del disegno, ma per l’intensità con cui riesce a suggerire relazioni, tensioni e silenzi: sullo sfondo si avverte il clima di un’epoca storica attraversata dal Risorgimento, ma il vero centro dell’opera resta la complessità dei rapporti familiari. Degas osserva la realtà, ma non si limita a registrarla: ne indaga le dinamiche più profonde.
È una sensibilità che ritroveremo più avanti anche in Zandomeneghi e che aiuta a comprendere quanto il terreno comune tra i due artisti fosse già stato preparato molto prima del loro incontro parigino.
Se Degas sembra già interessato a indagare la complessità dei rapporti umani, nelle opere giovanili di Zandomeneghi emergono altre tensioni, altre curiosità, altre direzioni di ricerca.

1874
olio su tela
Svizzera, collezione privata
Anche il pittore veneziano attraversa gli anni della formazione sperimentando linguaggi diversi e confrontandosi con l’esperienza Macchiaiola fiorentina. Ne assimila alcuni insegnamenti, in particolare l’attenzione alla costruzione della scena e alle macchie di colore, ma senza rinunciare a quella sensibilità tutta veneziana che continuerà ad accompagnarlo per tutta la vita.
I colori caldi, la pittura tonale, i richiami alla tradizione veneta e quel rosso che sembra attraversare gran parte della sua produzione futura sono già presenti, seppure in forme ancora embrionali.
Ma soprattutto iniziano a emergere i suoi veri interessi.
Nel Ritratto dell’Etrusca. La portatrice, la figura femminile occupa ancora il centro della scena e dialoga apertamente con alcune delle ricerche Macchiaiole, testimoniando una fase di studio e di assimilazione.
È però davanti allo Bastimento allo scalo che ho avuto la sensazione di intravedere il futuro Zandomeneghi.

In quel dipinto non c’è soltanto un luogo, lo squero e cioè il luogo più amato e caratteristico della sua città dove si costruiscono e riparano le gondole, non osserviamo solo una veduta, in quel luogo c’è già la cifra stilistica di Zandomeneghi: la capacità di farci entrare nell’ atmosfera.
C’è il desiderio di fermare un momento preciso, quasi uno scatto fotografico ante litteram, ma allo stesso tempo la volontà di restituire il respiro di un ambiente, la qualità della luce, la presenza silenziosa di ciò che circonda la scena.
Guardandolo oggi sembra quasi di riconoscere, ancora in forma germinale, alcuni degli elementi che renderanno così personale la sua pittura negli anni successivi.
Se nelle prime sale la mostra costruisce il terreno comune tra Degas e Zandomeneghi, queste opere iniziano già a suggerire ciò che li renderà diversi. Una differenza che, procedendo nel percorso espositivo, diventerà sempre più evidente.
Parigi, l’Impressionismo e una voce che resta profondamente italiana

A Parigi le strade dei due artisti si incontrano finalmente.
Zandomeneghi assorbe le novità impressioniste, frequenta il gruppo e trova in Degas un interlocutore privilegiato, capace di comprenderne il talento e sostenerne il percorso. Tra i due nasce un rapporto di stima e fiducia reciproca che accompagnerà buona parte della loro vicenda artistica.
Eppure, anche nel pieno della stagione impressionista, il pittore veneziano continua a conservare una sensibilità profondamente personale.
Assimila il linguaggio impressionista, ne accoglie le innovazioni e le sperimentazioni, ma rimane, in qualche modo, irrimediabilmente italiano.
Lo si percepisce nei colori caldi che attraversano molte delle sue opere, nella tradizione tonale ereditata dalla pittura veneziana, in quei rossi che sembrano riaffiorare costantemente e, soprattutto, in un modo tutto suo di guardare la realtà.
Già in opere come Le Moulin de la Galette si colgono chiaramente alcune delle nuove suggestioni parigine. La scena si presenta come un’istantanea, quasi uno scatto fotografico rubato alla vita quotidiana. Il taglio compositivo, le figure colte nel loro movimento naturale e la sensazione di assistere a un momento destinato a svanire pochi istanti dopo raccontano quanto Zandomeneghi abbia ormai fatto proprie le nuove ricerche visive della modernità.
La mostra rende evidente questa peculiarità attraverso alcuni confronti straordinariamente efficaci.

Tra i più significativi vi è quello che mette in dialogo l’Assenzio di Degas con una scena di caffè dipinta da Zandomeneghi. Le affinità sono molte: l’interesse per la vita moderna, il gusto per l’istantanea, il taglio compositivo influenzato dalla fotografia, il desiderio di raccontare il proprio tempo.
Eppure il risultato non potrebbe essere più diverso.
Nell’Assenzio Degas costruisce una delle immagini più intense e disincantate della modernità: la composizione, il taglio dell’inquadratura che si divide in due piani e i colori contribuiscono a generare una sensazione di disagio quasi palpabile. I due protagonisti siedono vicini, ma sembrano abitare mondi lontanissimi. È una scena che parla di solitudine, di incomunicabilità, di quella fragilità umana che spesso si nasconde dietro il volto scintillante della Belle Époque.
Zandomeneghi sceglie una strada diversa.

Anche lui ci conduce nello stesso caffè parigino, La Nouvelle Athènes, ma il suo sguardo sembra soffermarsi altrove. Non tanto sulle tensioni psicologiche dei personaggi, quanto sull’atmosfera che li circonda. Le luci si riflettono nell’ambiente, le figure dialogano tra loro, il brusio della sala sembra quasi raggiungere l’osservatore.
Nell’Assenzio Degas usa la realtà per raccontare ciò che si nasconde dietro di essa: la solitudine, la distanza, l’incomunicabilità.
Zandomeneghi sembra invece interessato a un’altra ricerca. Non tanto scavare sotto la superficie delle cose, quanto restituirne il respiro, l’atmosfera e la qualità emotiva.
Se Degas ci conduce oltre la scena, Zandomeneghi ci invita ad abitarla.
Il corpo e l’intimità

Nelle sale dedicate al nudo femminile, il dialogo tra i due artisti si fa ancora più intenso: è qui che l’influenza reciproca appare evidente, ma è anche qui che emerge con maggiore chiarezza la capacità dell’artista veneziano di trovare una propria voce.
Da un lato troviamo opere come Donna che esce dal bagno di Degas, un pastello e carboncino su carta, che ci porta direttamente nel laboratorio del maestro francese. Il suo interesse non è quello di costruire un’immagine elegante o idealizzata, ma di osservare un gesto reale, colto nella sua spontaneità. Degas stesso amava dire di guardare le sue figure come attraverso un buco della serratura, alla ricerca di quella verità quotidiana che sfugge alle pose ufficiali.

Dall’altro lato opere come Le Tub mostrano una sensibilità diversa. Anche qui siamo immersi nell’intimità di un gesto quotidiano, ma l’attenzione sembra spostarsi dall’azione all’atmosfera. Non osserviamo soltanto una donna che si lava: entriamo nella stanza, percepiamo il vapore, immaginiamo il rumore dell’acqua: Zandomeneghi non sembra interessato a sorprendere la realtà, quanto piuttosto a farcela vivere.


1887
olio su tela
Collezione privata
Lo stesso accade nel confronto tra Donna che si asciuga i capelli di Degas e La toilette di Zandomneghi. Nel carboncino del pittore francese il centro della ricerca resta il movimento, la forma, l’istantaneità del gesto al contrario nell’opera del pittore veneto il corpo sembra diventare parte di un ambiente più ampio, di uno spazio domestico che ci accoglie e ci invita a sostare.
Ancora una volta il confronto non serve a stabilire differenze gerarchiche, ma ad aiutarci a comprendere meglio le specificità di ciascuno. Osservando l’uno si riconosce meglio l’altro.
La danza e il movimento

1921-1926
fusione in bronzo e altri materiali
Dresda, dall’ Albertinum delle Collezioni d’Arte Statali
Non poteva naturalmente mancare una sezione dedicata alla danza, tema che più di ogni altro identifichiamo con Degas.
Nelle sue opere il mondo delle ballerine diventa un laboratorio di studio inesauribile. Ciò che interessa al pittore francese non è soltanto lo spettacolo, ma il corpo al lavoro: le tensioni muscolari, gli equilibri precari, i movimenti colti nell’istante in cui accadono.

1885
carboncino e pastello su carta vergata azzurra
Memphis, Dixon gallery and Gardens,
donazione dei coniugi Hugo N. Dixon
In opere come Danzatrice che si sistema la scarpetta bastano pochi tratti, pochi colori e una prospettiva inconsueta per suggerire tutta la complessità del gesto. L’inquadratura dall’alto, la torsione del busto e la leggerezza del tutù raccontano l’occhio instancabile di un artista che osserva e analizza.
Zandomeneghi si avvicina a questo universo con maggiore discrezione. In Visita in camerino ritroviamo alcune delle soluzioni compositive care agli impressionisti: il taglio diagonale, la frammentazione dello spazio, la vivacità della pennellata, eppure il risultato è profondamente personale.
Più che soffermarsi sul movimento, Zandomeneghi sembra interessato al clima che circonda la scena. Le figure dialogano, gli spazi si fanno accoglienti, l’atmosfera conserva una calma quasi domestica.

È proprio osservando quest’opera che ho iniziato a comprendere una delle caratteristiche che più mi hanno colpita della sua pittura: i suoi straordinari bianchi.
Quando si pensa al bianco lo si immagina spesso come un’assenza, uno spazio neutro, qualcosa che attende di essere riempito. Nei dipinti di Zandomeneghi accade il contrario. I bianchi sono vivi, vibranti, costruiti da luci e sfumature che restituiscono peso e leggerezza nello stesso momento.
Nel tutù della ballerina diventano movimento, aria, materia e luce. Non accompagnano semplicemente la scena: la guidano. E forse è anche grazie a questa sensibilità che l’occhio continua a tornare lì, a quel bianco apparentemente semplice e invece ricchissimo di sfumature.
Un’immagine che porto ancora con me

Se dovessi scegliere un’opera che più di tutte continuo a portare con me dopo la visita, probabilmente sceglierei Bambina dai capelli rossi di Federico Zandomeneghi.
In quel dipinto mi sembra di intravedere, contemporaneamente, il passato e il futuro di Zandomeneghi. Da una parte la tradizione veneziana, con quei rossi caldi e intensi che catturano immediatamente lo sguardo, dall’altra la modernità di un artista che ha saputo accogliere le novità del proprio tempo senza rinunciare alla propria identità.
La bambina legge in silenzio. Non accade nulla di straordinario. Eppure è difficile sottrarsi al desiderio di fermarsi davanti a quella scena.
È come se Zandomeneghi ci invitasse, ancora una volta, a entrare in punta di piedi in un momento privato, a condividere per qualche istante la quiete di quella stanza e la concentrazione della sua giovane protagonista.
In fondo, credo che sia proprio questa la qualità che più ho ammirato nel suo lavoro: la capacità di rendere memorabile ciò che, a prima vista, sembrerebbe soltanto quotidiano.
Una risposta alla domanda iniziale

Ci siamo lasciati con una domanda: l’italianità di Zandomeneghi rappresenta un limite alla sua esperienza impressionista oppure la sua cifra più preziosa?
Credo che il percorso costruito da Palazzo Roverella risponda in modo chiaro e convincente.
Zandomeneghi accoglie le grandi innovazioni del suo tempo. Assimila le novità dell’Impressionismo, guarda alla fotografia, sperimenta nuove soluzioni compositive e partecipa pienamente a quella stagione artistica straordinaria che sta cambiando il modo di osservare la realtà.
Eppure la sua voce non si dissolve mai dentro quella dei suoi contemporanei.
È proprio la sua italianità, la sua formazione, la sua sensibilità veneziana e il suo modo di guardare il mondo a permettergli di trasformare quelle influenze in qualcosa di profondamente personale.
Degas resta per lui un interlocutore privilegiato, una presenza fondamentale e una fonte di ispirazione continua. Ma il dialogo tra i due artisti funziona proprio perché nessuno dei due rinuncia alla propria identità.
Osservando le opere esposte in mostra si comprende come la forza di Zandomeneghi non risieda nell’aver seguito una strada già tracciata, ma nell’aver saputo percorrerla con uno sguardo tutto suo.
Forse è anche per questo che, a distanza di settimane, continuo a tornare con il pensiero alle sue tele.
Sono arrivata a Palazzo Roverella per Degas.
Ne sono uscita con Zandomeneghi nel cuore e negli occhi.

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