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Oggetti di carta per distinguerti, sempre!

13 Maggio 2026

Carta giapponese: caratteristiche, utilizzi e consigli per creative


Perfetta per i gioielli di carta, meno per il quilling: cosa succede quando la lavori.

Da artista della carta, la mia passione nasce proprio dall’incontro con questa materia.

Negli anni ho seguito corsi dedicati non solo alle tecniche, ma anche alla carta stessa: alla sua struttura, alle sue possibilità e ai suoi limiti. Ed è con questo spirito che mi sono avvicinata anche alla carta giapponese.

Ne ho studiato la storia, dalle origini più antiche agli utilizzi contemporanei, e poi ho iniziato a lavorarla.

Questo articolo nasce da qui.
È una sorta di appunti messi in ordine: parte dalla conoscenza teorica, ma prende forma passando attraverso l’esperienza, fino agli errori che insegnano davvero come lavorarla.

Dai consigli che avrei voluto avere all’inizio, per evitare di sprecare tempo, materiali e idee.

Carta giapponese, da cosa nasce e perché è diversa

Carta giapponese fatta a mano
Rakusui, goccia di acqua cadente
Laboratorio di carta giapponese con Meiko Yokoyama

Cos’è la carta washi

La carta giapponese è, prima di tutto, movimento.

Tutto nasce da gesti lenti che nel tempo si sono perfezionati. I vari movimenti non servono solo a creare un foglio, ma a determinarne le caratteristiche principali: elasticità, resistenza e leggerezza.

È così che prende forma il washi, la carta tradizionale giapponese.

LA carta giapponese è anche la carta più leggera al mondo arrivando a pesare anche solo 2 gr. per metro quadrato
La carta giapponese più leggera al mondo

Lo sapevi che la carta più leggera al mondo è giapponese e può arrivare a pesare appena 2 grammi al metro quadrato?
Io l’ho vista e toccata in un laboratorio di Meiko Yokoyama, artista giapponese, che ho conosciuto qualche anno fa, ed è proprio lì che ho iniziato a capire davvero cosa significa lavorare questa carta.

Qui sotto ti lascio un breve video che parte proprio da quell’esperienza.

Ma facciamo un passo indietro.

Quando si parla di carta giapponese si parla, in realtà, di una famiglia di carte chiamate washi.
Il termine unisce wa (Giappone) e shi (carta), ma la definizione non basta a spiegare cosa la rende diversa.

La differenza si capisce nel momento in cui la si lavora.

Le fibre, il vero punto di differenza

Le sei fibre principali che si utilizzano per realizzare la carta giapponese
Le sei fibre principali da cui nasce la carta giapponese

Se ti dicessi che in Giappone esistono dalle 4.000 alle 5.000 tipologie di carta, probabilmente ti sembrerebbe già tanto.
E invece la cosa più sorprendente è un’altra: in realtà non è possibile stabilire con precisione quante carte esistano.

Allora come ci si orienta?

La varietà è enorme, ma le materie prime sono poche.
La carta giapponese nasce da alcune fibre vegetali precise: Gampi, Mitsumata, Kozo, bamboo, paglia, canapa.

È da qui che bisogna partire.

C’è una caratteristica che accomuna tutte queste carte, anche quando sono molto diverse tra loro: le fibre sono lunghe.

Finché la guardi, è solo un’informazione.
Quando inizi a lavorarla, cambia tutto.

Ti accorgi che la carta non cede subito. Non si spezza come ti aspetteresti.
Se la pieghi, segue il gesto. Se la stressi un po’, resiste.
È una carta che sembra leggera, ma non è fragile.

Ed è proprio questa qualità che la rende così interessante per alcuni lavori e allo stesso tempo così difficile da portare in altri, dove serve più controllo e più rigidità.

Se si parla di fibre, però, non si può ignorare il modo in cui vengono selezionate e lavorate prima di diventare carta.
Ma questo lo vedremo nel prossimo paragrafo.

Come viene prodotta

Movimento preciso e lento, "Nagashi-Zuki" del setaccio per realizzare un foglio di carta giapponese fatto a mano
“Nagashi-Zuki”
IL movimento preciso e lentissimo dei maestri cartai giapponesi.

Il metodo di produzione della carta giapponese è antichissimo, e ancora oggi profondamente legato al lavoro manuale.

Le fibre vengono coltivate direttamente dai maestri cartai, che seguono tutto il processo: dalla crescita delle piante alla raccolta, dalla cottura a vapore alla scortecciatura.
La parte che interessa davvero è solo una: la corteccia bianca, da cui si ottiene la materia prima.

La selezione è durissima.
Basta pensare che da 100 kg di kozo si ricavano circa 6 kg di corteccia utilizzabile: il resto viene scartato.

Il processo è lungo, ma è proprio questo a far capire quanto lavoro c’è dietro un singolo foglio di carta. La conoscenza racchiude tradizione, tecnica e gesti che si ripetono nel tempo.

C’è però una cosa che mi colpisce più di tutte: il movimento.

Il gesto che il maestro cartaio compie con il setaccio, immerso nella vasca dove si trovano le fibre.
Un movimento preciso, ripetuto, fatto di piccoli spostamenti avanti e indietro, da destra a sinistra, che distribuisce le fibre in modo uniforme.

Questo movimento ha un nome: nagashi-zuki.

E ancora una volta, è il movimento a fare la differenza. È lì che la carta prende forma, e si riconosce.

Quando usare la carta giapponese (e quando è meglio scegliere un’altra carta!)

Origami, credit foto di Furkanfdemir

Se sei arrivata fino a qui, ora entriamo nella parte in cui tutto diventa meno preciso, più personale, ma anche più vero.

Quello che segue non è una regola, né un metodo valido per tutto. Sono annotazioni, scritte e mentali, che ho raccolto lavorando la carta washi.

Nascono da prove, errori e diverse sperimentazioni.

Spero possano aiutarti a orientarti nel fare un acquisto più consapevole, o anche solo a capire se questa è la carta giusta per il tuo modo di lavorare.

E se anche tu l’hai provata, mi farà piacere integrare questo articolo con la tua esperienza.

Quando dovresti valutare altre tipologie di carta

Carta washi in diversi colori e tipologie

Qualche anno fa ho acquistato alcuni fogli di carta washi tramite l’artista Meiko Yokoyama.

Volevo capirla davvero: il movimento, il comportamento, e soprattutto se potesse funzionare nei miei lavori sia nei gioielli che nel quilling.

La prima scoperta è stata forse la più difficile da accettare: la carta washi, nella maggior parte dei casi, non è adatta al quilling.

quali sono i migliori utilizzi della carta giapponese?
Lanterna di carta realizzata
Ritagli di carta giapponese
Laboratorio di Meiko Yokoyama

È resistente, ma non ha quella struttura che permette di controllare davvero la forma. Quando provi ad arrotolarla, non tiene come servirebbe, non restituendo precisione.

E nel quilling, questo cambia tutto.

È stato proprio lì che ho capito cosa stavo sbagliando: stavo chiedendo alla carta giapponese cose che, per sua natura, non può dare.

Quando ho smesso di forzarla, ho iniziato a guardarla per quello che è.

E da lì è cambiato tutto: non stavo più cercando di adattarla al mio modo di lavorare, ma di capire come potesse entrarci davvero.

Ed è in quel passaggio che si aprono possibilità nuove.

Quando funziona davvero

Orecchini realizzati a mano con carta Washi e perle di vetro di Murano
Orecchini realizzati con carta Washi e perle di vetro di Murano soffiate
Lacoart

Quando mi accorgo che le prove non portano a nulla, ho imparato a fermarmi.
Metto tutto da parte, con cura, e lascio che il tempo faccia il suo lavoro.

Poi torno, ma solo quando sento il desiderio di riprovarci.
E soprattutto cambiando completamente approccio.

È stato proprio così che ho iniziato a capire che la carta washi può diventare un alleato nella realizzazione di gioielli di carta.

La carta giapponese, per sua natura, è già decorativa infatti, molti fogli hanno disegni, texture e trame più o meno evidenti, spesso geometriche, ma sempre molto raffinate.

All’inizio cercavo di sfruttarne la resistenza.
Poi ho capito che stavo guardando dalla parte sbagliata.

Il suo valore, per me, è nella leggerezza e nella superficie.

Nei gioielli, soprattutto quando si lavora per strati, questa carta permette di creare giochi di luce e colore molto interessanti.
Oppure di valorizzare il disegno stesso, costruendo forme che lo accompagnano.

Io, ad esempio, lavoro molto con forme geometriche, e con la carta giapponese diventa possibile creare veri e propri pattern, elementi che possono anche definire un’intera collezione.

Il mio punto di vista è cambiato quando ho smesso di concentrarmi su ciò che la carta poteva “reggere”, e ho iniziato a vedere cosa poteva “restituire”.

Come se, più che un materiale da costruire, fosse una palette di colori e luce da comporre.

Queste sono considerazioni nate dalla mia esperienza e dai miei studi.
Non sono le uniche possibili, ma possono considerarsi un buon punto di partenza per chi vuole avvicinarsi a questa carta con uno sguardo diverso.

Carta washi : cosa ho capito lavorandola

piccoli orecchini realizzati  con la tecnica dell'origami

Lavorando la carta washi ho capito alcune cose che seppur semplici sono in molti casi importante da conoscere.

Innanzitutto è una carta che si adatta molto bene alle piegature e ai movimenti.
Basta pensare agli origami, dove da pieghe precise nascono forme anche molto complesse.

È resistente, ma non è una carta adatta a forme rigide.
Ed è proprio qui che si nota una delle differenze più grandi con la carta occidentale, che invece trova nella struttura una delle sue caratteristiche principali.

Funziona quando la si lascia libera di esprimere quello che è.

La leggerezza, prima di tutto, e la capacità di dialogare con la luce.

Esaltare i suoi pattern, lavorare per strati, lasciare emergere le fibre, spesso visibili anche a occhio nudo, la rende una carta estremamente affascinante.

Un materiale che non si esaurisce subito, ma che invita a essere esplorato.

Un ultimo appunto

fogli di carta fatta a mano, foto realizzata da Giada Venturino
Fogli di carta realizzati manualmente
Foto Giada Venturino

Ogni volta che mi avvicino a qualcosa di nuovo, cerco di partire da una sorta di “tavola vuota”.

Senza riferimenti troppo rigidi, lasciando che sia la materia, in questo caso la carta giapponese, a guidarmi.

Non è facile.

La parte razionale arriva sempre: quella parte che conosce, che ricorda e sa già cosa aspettarsi.
E se da un lato aiuta, perché permette di ottenere risultati più velocemente, dall’ altro, però, rischia di limitare la sperimentazione ponendo dei confini (anche solo mentali).

Per questo, a volte, sento il bisogno di allontanarmi: lascio passare del tempo, e poi torno solo quando sento di avere di nuovo uno slancio.

Ma con una regola: non ripercorrere le stesse strade.

È lì che cambio approccio: non cerco più di ottenere qualcosa, ma lascio che sia la carta a suggerirmelo.

La lascio scivolare tra le dita, la ritaglio, la guardo in controluce.
A volte costruisco forme, altre volte la incollo senza un’idea precisa.

Non sempre arriva qualcosa, e in particolar modo non subito, ma quando succede, anche solo un’intuizione, capisco che forse quella è la direzione giusta.

È un processo, una sperimentazione che a volte non porta a un risultato concreto, ma che lascia comunque qualcosa: la capacità di escludere strade e riconoscerne altre.


Categoria: arte, Blog, quilling Tag: arte della carta, carta giapponese

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