
La mostra monografica di Chiharu Shiota, The Soul Trembles, è stata per me molto più di un’esposizione di arte contemporanea: è stata un attraversamento.
Un passaggio tra fili e spazi che mi ha permesso di guardare da dentro il processo creativo dell’artista e da fuori il mio lavoro quotidiano con la carta.
Allestita al MAO, Museo d’Arte Orientale, di Torino fino al 28 giugno 2026, la mostra è un percorso che permette di entrare nel cuore del lavoro dell’artista attraversando, metaforicamente, il suo modo di stare nell’arte e nel mondo.
Non conoscevo a fondo il suo lavoro, eppure è bastato un istante per sentirmi in dialogo con lei.
Davanti alla prima installazione mi sono trovata in una posizione insolita: un momento dentro l’intreccio dei fili, avvolta dallo spazio; l’attimo dopo fuori, ad ascoltare il respiro della sala e il ritmo dei passi.
Non era solo immersione, era un’oscillazione continua.
Ed è proprio in quell’oscillazione che ho iniziato a leggere la mostra in modo diverso, non solo come esperienza estetica, ma come riflessione concreta su cosa significa creare, oggi, come artista.
Attraversando le sale, mi sono accorta che questa mostra mi stava lasciando qualcosa di molto concreto: quattro insegnamenti sul processo creativo.
Quattro tesori che stanno modificando il mio modo di guardare il lavoro in studio e che vorrei condividere qui, perché credo che possano parlare non solo a chi crea, ma anche a chi desidera attraversare questa mostra con uno sguardo diverso.
L’oscillazione tra immersione e distanza

2016/2025
Chiharu Shiota
Telaio metallico, lana rossa
Collezione dell’artista
Una delle sensazioni più forti davanti alle installazioni di Chiharu Shiota è il continuo passaggio tra partecipazione e osservazione, come un movimento perpetuo.
Dentro l’installazione i fili ti avvolgono e ti rendono parte del tutto; fuori si resta consapevoli della struttura, capaci di ascoltare l’ambiente e il suo respiro.
Lo scheletro della nave sospeso e intrecciato ci colloca insieme spettatori e protagonisti.
Le sue opere non si attraversano con passività: si attiva un dialogo fisico con lo spazio, un modo di stare nel lavoro che non è solo visivo, ma anche corporeo.
Ed è stato inevitabile pensare al mio lavoro, alle strisce di carta, ai gioielli e al lettering.
A quante volte, immersa totalmente in un progetto, ho rischiato di perdere la prospettiva.
Qui ho riconosciuto il primo grande insegnamento della mostra:
osservare il respiro dell’opera.
Non fermarsi alla superficie, ma imparare a muoversi tra immersione e distacco.
Da quel momento ho iniziato a introdurre pause più consapevoli nel mio studio.
Lasciare un lavoro per qualche ora per poi tornare a guardarlo da fuori, come spettatrice e non solo come creatrice: perché è nella distanza che l’opera ricomincia a parlare, sia davanti al filo di Shiota sia davanti alla carta del quilling.
Chiharu Shiota: il gesto ripetuto come costruzione del senso

214/2025
Chiharu Shiota
Valigie, motore, corda
Collezione dell’artista
Proprio grazie a quell’oscillazione tra dentro e fuori, che si è ripetuta in ogni sala della mostra, la mia attenzione si è spostata: non guardavo più soltanto l’opera finita ma immaginavo le mani che tendono il filo, i movimenti ripetuti, la concentrazione necessaria per costruire una trama che non potrà mai essere identica alla precedente.
Il gesto, nella pratica di Shiota, non è un semplice mezzo: è struttura, è tempo che si accumula, è un corpo che lavora dentro la materia.
La mostra restituisce questi gesti non come curiosità di backstage, ma come essenza del processo creativo.

L’intreccio diventa quasi rituale: un atto fisico e mentale che costruisce significato attraverso la ripetizione.
In quel momento l’opera ha smesso di essere solo visione ed è diventata tempo incarnato.
Ho rivisto i miei rituali con la carta: il taglio paziente delle strisce, l’arrotolamento cadenzato per creare le perle di carta che diventano cuore di molti gioielli.
Movimenti che si ripetono, ma che non sono mai identici.
E qui ho colto il secondo insegnamento:
non esiste opera senza ascolto del processo.
Quando non ci si concentra solo sul risultato finale, allora anche l’intento può trasformarsi, poiché ciò che conta non è arrivare alla forma, ma attraversare il tempo che la costruisce.
Corpo e anima: quando la materia diventa memoria

1994
Chiharu Shiota
Performance-installazione
Baccelli di fagiolo, carta, colla
Australian National University
School of Art, Camberra
Foto: Ben Stone
C’è uno spazio nella mostra che mi ha colpita quasi quanto le installazioni: quello dedicato alle fotografie, ai disegni, ai momenti di lavoro.
Le immagini sono bellissime, ma non nel senso estetico del termine.
Sono necessarie.
Mi hanno permesso di essere lì, dentro il suo laboratorio mentale, di immaginare i suoi pensieri, di intuire, anche solo per qualche istante, ciò che stava cercando di raggiungere.
Senza quelle fotografie non avrei compreso fino in fondo la forza emotiva delle installazioni.
La sua ricerca non nasce da un esercizio formale, parte da una domanda interiore, da un’urgenza personale.

Chiharu Shiota
Dopo la seconda diagnosi di cancro, Chiharu Shiota ha realizzato una serie di disegni in cui metteva in relazione l’essere umano e il mondo: la figura umana appare infinitamente piccola, fragile, quasi sospesa rispetto alle forze immense che la circondano.
In quei lavori si avverte uno scarto, una consapevolezza nuova: l’uomo non è più al centro, ma parte di qualcosa di più potente e instabile.
Anche opere come “I Have Never Seen My Death” sembrano nascere da quella stessa tensione: un confronto diretto con l’assenza, con la memoria, con ciò che non possiamo vedere ma che percepiamo come presenza costante.

1997
Chiharu Shiota
Installazione
Ossa, uova
Università delle Belle Arti di Amburgo, Germania
In quell’installazione si avverte una riflessione profonda sul ritorno alla terra, come se la fine e l’inizio coincidessero, come se l’essenza dell’essere umano fosse proprio nel suo ciclo, nel suo dissolversi e ritornare.
È in questo passaggio che ho compreso un altro aspetto fondamentale del suo lavoro:
la materia non è mai neutra.
Dentro quel filo si sente passare qualcosa che non è solo materia: c’è memoria, paura e desiderio; a volte perfino la perdita.
Le fotografie e i disegni rendono evidente questo processo interiore, mostrando che dietro l’imponenza delle installazioni non c’è soltanto una struttura visiva, ma una riflessione profonda sul corpo, sulla fragilità e sulla nostra posizione nel mondo.
E qui ho riconosciuto un altro insegnamento prezioso:
la materia diventa racconto nel momento in cui la scegliamo, la manipoliamo, la mettiamo in relazione con lo spazio.
Non è il materiale in sé a contenere il significato, ma piuttosto il dialogo che instauriamo con esso a trasformarlo in memoria visibile.
E forse è proprio per questo che il processo supera l’opera: perché ciò che vediamo è solo la forma finale di una relazione già avvenuta tra corpo, materia e tutto quello che passa nella mente mentre si lavora.
La crisi come parte del lavoro artistico: quando anche la forma non basta più

1992
Chiharu Shiota
Olio su tela
Collezione dell’artista
C’è una sezione della mostra che mi ha suggerito alcune delle riflessioni più interessanti: è quella in cui emerge un passaggio delicato del percorso di Chiharu Shiota.
Tra i lavori esposti compare un unico quadro realizzato a colori ad olio.
Un’esperienza che l’artista non ha più proseguito, non perché mancasse la tecnica, ma perché, a un certo punto, vedeva soltanto quella: la tecnica.
Il gesto pittorico era diventato superficie e non riusciva più ad attraversare la materia.
È un momento che chi crea conosce bene: quando la forma funziona, ma non ci rappresenta più.

1994
Chiharu Shiota
Baccelli di fagioli, carta, colla
Dettaglio
Collezione dell’artista
Eppure la risposta dell’artista non è stata l’abbandono dell’idea, infatti nelle fotografie successive si vede un passaggio diverso: al posto della linea tracciata con il pennello, una linea costruita con baccelli secchi, inseriti uno dietro l’altro.
La natura diventa segno.
La materia diventa traccia.
Chiharu Shiota adotta un nuovo linguaggio, ma non abbandona la domanda.
Da un limite nasce qualcosa di nuovo: non forzando la tecnica che non risuona più, ma ascoltando quale mezzo espressivo sia, in quel momento, più vicino alla propria verità.
Ed è forse questa la più grande consapevolezza che porto con me:
se non riusciamo ad abitare una forma artistica, non dobbiamo abbandonare l’idea. Possiamo attraversarla con un altro linguaggio.
L’idea resta. Cambia il mezzo.
E proprio in quel cambiamento può emergere la parte più autentica, quella più connessa con ciò che siamo in quel preciso momento.
La crisi allora non è un’interruzione del percorso, ma un invito a trovare una forma più sincera, anche davanti alla carta, al filo, al gioiello.
Cosa mi porto con me dopo la mostra di Chiharu Shiota

2008
Chiharu Shiota
Installazione
Pianoforte a coda bruciato, sedia bruciata, lana nera
Collezione dell’artista
Uscendo dal MAO di Torino ho avuto la sensazione di non aver visto solo una mostra, ma di aver attraversato un modo di stare nell’arte.
Dentro e fuori il filo.
Dentro e fuori la materia
Dentro e fuori da me stessa.
Le installazioni monumentali di Chiharu Shiota restano nei miei occhi, ma è il processo che continua a lavorare.
Ripenso al respiro dell’opera, al gesto che si ripete tante volte fino a diventare forma. Ripenso alla materia che ad un certo punto comincia a raccontare qualcosa e alla crisi che forse serve proprio ad aprire nuove possibilità.
Questa mostra mi ha ricordato che creare non significa controllare una forma, ma attraversare una domanda.
Il risultato non è il punto più alto, ma una tappa.
Il limite non è una chiusura, ma una soglia.
E forse è proprio questo che rende un’opera viva: il fatto che nasca da una necessità autentica e, nel suo farsi, trasformi prima di tutto chi la crea.
Per me, artista della carta, è stato un invito a riconoscere nel mio materiale, non solo un supporto, ma un dialogo con il corpo, il tempo e la memoria.

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