
Il MACTE ha bisogno che i suoi cittadini lo riconoscano come parte della storia artistica di una città le cui potenzialità non si esauriscono nel suo paesaggio naturale, per quanto bellissimo, ma si ritrovano anche nella storia e nell’arte di cui è intrisa.
La piacevole emozione di entrare per la prima volta nel museo della propria città, la scoperta di due artiste che, attraverso linguaggi diversi, ci invitano a riflettere sul rapporto tra uomo, natura e cambiamento e alla fine una domanda che arriva quasi inevitabilmente: quale ruolo può avere un museo nella vita di una comunità?
È questo il percorso che voglio raccontare attraverso la mia visita al MACTE di Termoli: dalle opere che mi hanno sorpresa alle riflessioni che mi hanno accompagnata fuori dal museo.
Entrare per la prima volta nel museo della propria città

Potrebbe sembrare una frase semplice, quasi banale, eppure per me non lo è affatto.
Termoli è la mia città di nascita e torno a viverla ogni estate, da trentacinque anni, fosse pure soltanto per un paio di settimane, ed ogni volta ne sento il respiro pulsante.
È il luogo da cui provengo e che inevitabilmente fa parte della mia storia e del mio modo di guardare il mondo.
Forse proprio per questo, entrando al MACTE, avevo una piccola aspettativa: desideravo che quel museo fosse all’altezza dell’idea che porto con me della mia città, eppure non sapevo davvero cosa aspettarmi, ma proprio quell’incertezza mi ha resa più disponibile alla scoperta.
Sono entrata semplicemente con gli occhi e la curiosità di chi vuole vedere cosa c’è dall’altra parte di una porta che, dal 2019, non avevo mai aperto.
E quello che ho trovato mi ha sinceramente sorpresa.
Il MACTE, Museo di Arte Contemporanea di Termoli, è uno spazio raccolto e accogliente: i suoi angoli smussati e le sue colonne rotonde sembrano quasi abbracciarti, non ti fanno sentire sola davanti alle opere, ma parte di un insieme.
È un ambiente che non impone la propria presenza, ma invita a fermarsi, a guardare e a lasciarsi sorprendere.
Dal mercato rionale al MACTE: la storia di un luogo che cambia

MACTE di Termoli
E poi c’è la storia di questo spazio, che per me non è soltanto una nota architettonica.
Qui, molti anni fa, c’era un mercato rionale all’aperto e io quel luogo lo ricordo: ho nella memoria quella struttura rotonda, chiusa soltanto da una copertura, e la sua dimensione quotidiana, popolare, viva.
Un luogo fatto di persone che si incontravano, di merci che passavano di mano, di voci e di scambi.
Oggi quello stesso spazio ospita l’arte contemporanea.
Mi piace pensare che sia cambiato ciò che viene scambiato, ma forse non la funzione più profonda del luogo: prima ci si incontrava per acquistare qualcosa di necessario alla vita quotidiana; oggi ci si può incontrare davanti a un’opera, per condividere idee, linguaggi e visioni del mondo.
Ed è una trasformazione che mi piace molto, perché un museo, in fondo, dovrebbe essere anche questo: un luogo di connessione.
Un luogo capace di mettere in relazione l’artista con chi guarda, il passato con il presente, una città con il mondo e, perché no, le persone con una parte di sé che forse non sapevano ancora di avere.
È con questa disposizione d’animo che ho iniziato la mia visita al MACTE, lasciandomi guidare dalle opere e dalla scoperta di due artiste che non conoscevo e che hanno portato all’interno del museo di Termoli una riflessione tutt’altro che piccola: quella sulle trasformazioni climatiche e sul rapporto, sempre più urgente, tra l’essere umano e l’ambiente.
Ingrid Hora e Silvia Mariotti: due sguardi sulle trasformazioni climatiche

Durante la mia visita, tutte le sale del MACTE erano dedicate a due mostre temporanee: Anime di Cristallo di Silvia Mariotti e Cloud Catchers di Ingrid Hora.
Sono due ricerche diverse, nate da paesaggi, condizioni climatiche e immaginari lontani tra loro, eppure, attraversando le sale, ho sentito che entrambe mi stavano portando dentro una riflessione sul rapporto fragile e inevitabile tra l’essere umano e la natura.
Una natura che non è soltanto qualcosa da osservare o utilizzare, ma una materia viva, capace di reagire, trasformarsi e costringerci, a nostra volta, a cambiare.
Silvia Mariotti, quando la materia diventa meraviglia

La ricerca di Silvia Mariotti nasce da un incontro: quello con le Azzorre, con la loro natura intensa e con una materia che sembra non restare mai davvero ferma. Dopo una residenza sull’isola di Terceira, l’artista ha portato con sé frammenti, immagini e domande di quel paesaggio, lasciando che continuassero a trasformarsi anche nel suo studio.
In Anime di Cristallo , fotografie e sculture come piccoli mondi sospesi: un po’ fossili, un po’ organismi, un po’ invenzioni nate da un futuro che non conosciamo ancora. Sono forme in cui vegetale, minerale e artificiale sembrano incontrarsi senza più confini netti.
Per realizzare il progetto, l’artista ha lavorato con un ingegnere ambientale e una restauratrice, trasformando il proprio studio in uno spazio di sperimentazione. Qui microrganismi hanno colonizzato carte fotografiche, lasciando sulla superficie tracce, stratificazioni e paesaggi che ricordano le caldeiras, le pozze vulcaniche dell’isola di São Miguel.

Ed è stato proprio davanti a quelle carte che mi sono fermata più a lungo.
La ricerca di Silvia Mariotti mi è rimasta nel cuore.
Lavoro con la carta da molti anni e so quanta presenza possa avere un materiale apparentemente fragile e nello stesso tempo sono affascinata quando sulla carta compaiono tracce non del tutto governabili, forme nate dall’incontro tra materia, tempo e trasformazione ed è lì che il mio sguardo non può restare soltanto uno sguardo.
Quelle carte colonizzate dai microrganismi mi sono sembrate meravigliose: non semplici supporti, ma superfici attraversate da segni, sedimentazioni e pattern irripetibili, come se la materia avesse trovato da sola il modo di disegnare.
Il mio cuore, davanti a quelle opere, è quasi scoppiato.
Mi ha emozionata osservare come, dall’incontro tra materia naturale, intervento umano e tempo, potessero nascere forme nuove e inattese.

2024-2026
ceramica, rame, ferro, alluminio, neon, sali solfati e polveri minerali, elementi naturali
L’artista non sembra raccontare soltanto ciò che l’uomo modifica nella natura, ma ci invita a osservare anche ciò che accade dopo: come la materia reagisce e trova nuove forme.
Nelle sue opere, natura e umano non sembrano due mondi separati: si intrecciano in modo ambiguo, talvolta delicato, talvolta inquieto e da questo incontro nasce una materia viva che continua a cambiare davanti a noi.
Ed è proprio questa la parte della sua ricerca che più mi ha affascinata: la capacità di trasformare un processo scientifico in qualcosa che, davanti agli occhi, diventa poesia.
Ingrid Hora: raccogliere l’acqua, trattenere la vita

Con Cloud Catchers, Ingrid Hora porta il suo sguardo verso un’altra forma di adattamento: questa volta è l’essere umano a dover trovare un modo per rispondere alle condizioni imposte dall’ambiente.
La sua ricerca parte dall’immaginario delle fog fences, le reti raccogli nebbia: strutture leggere capaci di intercettare l’umidità presente nell’aria, condensarla e permettere di raccoglierla.
Una tecnologia semplice, ma preziosa là dove l’acqua è una risorsa rara.
Ingrid Hora ha seguito queste tecnologie in diversi luoghi del mondo, tra cui Barcellona e la catena montuosa dell’Anti-Atlante, in Marocco, dove ha condotto la sua ricerca.
Mi ha colpita profondamente pensare che, dove l’acqua è scarsa, l’essere umano possa arrivare a cercarla perfino nella nebbia.
C’è qualcosa di ancestrale in questo gesto: osservare ciò che il territorio offre, anche quando sembra quasi invisibile, e trovare il modo di trasformarlo in una possibilità di vita.
È l’ingegno umano che nasce dalla necessità, ma anche dalla capacità di ascoltare un ambiente e comprenderne i ritmi.
Al MACTE questa ricerca prende forma attraverso un’installazione video e una serie di interventi scultorei che richiamano recipienti e strumenti legati alla raccolta e alla conservazione dell’acqua.
Alberi del drago, ocarine e vasi dalle forme e dimensioni diverse sembrano appartenere a un repertorio antico, quasi primordiale.
Guardandoli, ho pensato a quanto il gesto di raccogliere l’acqua sia profondamente legato alla storia dell’umanità: cambiano i materiali, cambiano gli strumenti, cambiano i luoghi, ma resta la necessità di trovare e conservare ciò che ci permette di vivere.

Installazione video a tre canali
Poi ci sono le immagini in movimento.
Il Mediterraneo, filmato dall’artista, entra nello spazio attraverso una sequenza costruita come una vera e propria coreografia. Le immagini si intrecciano con testimonianze, miti e riflessioni sulla siccità, sulle inondazioni e sulle disuguaglianze legate all’acqua.
E improvvisamente l’acqua non è più soltanto una risorsa da raccogliere, ma diventa memoria, movimento, corpo e paesaggio.
Diventa qualcosa che attraversa la nostra storia e che, proprio perché siamo abituati ad averla a disposizione, rischiamo di considerare scontata.
Guardando Cloud Catchers, ho pensato alla vulnerabilità dell’acqua e al bisogno umano di trattenerla, ma anche al limite di questo desiderio: l’acqua non è qualcosa che possiamo davvero possedere.
Cambia forma, attraversa i corpi, scompare e ritorna, seguendo cicli che possiamo cercare di comprendere, ma che non possiamo dominare completamente.
La riflessione che la ricerca di Ingrid Hora mi ha lasciato consiste nella sensazione che l’ingegno umano raggiunga la sua forma più interessante non quando cerca di dominare la natura, ma quando impara ad ascoltarla.
Due ricerche, un’unica domanda

esempi scultorei di ciotole per la raccolta dell’acqua
Due territori lontani, due artiste, due modi di osservare la trasformazione.
Silvia Mariotti mi ha fatto guardare la materia mentre cambia e genera forme inattese; Ingrid Hora mi ha fatto pensare all’acqua, alla sua scarsità e alla capacità umana di inventare strumenti per raccogliere ciò che sembra quasi invisibile.
Eppure entrambe mi hanno lasciato la stessa domanda:
come possiamo abitare il mondo senza avere la presunzione di sentirci i suoi padroni?
È una domanda grande, forse impossibile da risolvere davanti a un’opera d’arte, ma è anche il tipo di domanda che, una volta entrata in noi, continua a lavorare silenziosamente molto tempo dopo la visita.
Una collezione che avrei voluto incontrare

fotografie e carte da parati
testimoni del processo realizzato in laboratorio
Mentre mi aggiravo tra le sale del museo termolese e mi lasciavo emozionare dalle opere di Silvia Mariotti e Ingrid Hora, mi sono accorta che dentro di me c’era ancora una parte affamata di altro sapere.
Quello legato al Premio Termoli, naturalmente.
Ho scoperto così che il MACTE custodisce, attraverso le opere acquisite nel corso del Premio, una collezione permanente nata da una storia iniziata nel 1955 e cresciuta negli anni fino a raccogliere centinaia di opere, comprese quelle di artisti che hanno segnato l’arte italiana del secondo Novecento, come Carla Accardi, Mario Schifano, Dadamaino, Tano Festa, Achille Perilli e Gastone Novelli.
In questa visita non ho potuto incontrarle: per una precisa scelta curatoriale, tutte le sale erano infatti dedicate ai progetti di Silvia Mariotti e Ingrid Hora.
E va bene così.

Le due mostre meritavano il tempo e l’attenzione che ho potuto dedicare loro, ma mentre ascoltavo il racconto della guida e scoprivo la storia del Premio Termoli, dentro di me cresceva la curiosità di vedere anche quelle opere e di capire come dialogassero con il presente del museo.
Questa, infatti, non sarà certamente la mia ultima visita al MACTE, e allora spero che, la prossima volta, possa incontrare anche solo una selezione della collezione permanente, magari attraverso una rotazione o un accostamento con le mostre temporanee.
Non penso necessariamente a una presenza stabile, né a qualcosa che debba sottrarre spazio ai progetti contemporanei, al contrario, immagino quanto potrebbe essere interessante vedere un’opera del Premio Termoli accanto a una ricerca più recente, lasciando che siano le opere stesse a creare un dialogo tra epoche, linguaggi e sensibilità differenti.
Un’opera potrebbe confermare una domanda, un’altra contraddirla, un’altra ancora aprire una direzione inattesa.
Credo che sarebbe un valore aggiunto per il museo e, soprattutto, per chi lo visita: permetterebbe di percepire ancora meglio il filo che lega la storia del Premio alla storia del MACTE e di restituire l’immagine di una collezione non soltanto importante, ma viva, capace di continuare a parlare al presente.
Del resto, il museo ha già sperimentato questa possibilità con Scollamenti. La collezione in circolo, un progetto costruito proprio a partire dalle opere del Premio Termoli e pensato per far emergere la vitalità e la varietà dei linguaggi raccolti dal 1955 a oggi.
Un museo che la città può riconoscere come proprio

area riservata ai piccoli visitatori
Uscendo dal MACTE, ho continuato a pensare a quella parola che, in fondo, ha attraversato tutta la mia visita: scambio.
Un museo non può vivere davvero senza una comunità che lo attraversi, lo interroghi, lo riconosca come parte del proprio territorio e una comunità ha bisogno di luoghi capaci di restituirle qualcosa: nuove domande, nuovi sguardi e possibilità di incontro.
Il MACTE e Termoli, insomma, non possono essere due realtà separate.
Il museo può dare respiro alla città, ma è la città che quel respiro deve raccogliere e restituire.
Forse la domanda, allora, non è quanto Termoli abbia bisogno del suo museo, è se Termoli riesca a riconoscere che quel museo appartiene anche a lei.

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